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Seguendo tra l'erba i sentieri del vento,
al numinoso m'appresso, al tropo;
m'addentro nella letteraria selva,
ricetto un tempo di satiri e ninfe,
oggi barriera buia di braccia, tese
contro la marea inerte dei polimeri.
Sono liberi i sensi, anche se i piedi
allaccia un folto mormorare al dopopioggia.
Innervano il suolo ancestrali radici.
Non ho direzione. Stridono uccelli. Sentori.
L'intrico aereo per me modula gocciole
in versi: grotta degli echi, carme, malìa...
Tra lingueggianti aneliti d'autofagìa
sfioro morta vita chimicamente dissolta,
in gemme strenue risorta - iridi, scintille!
Selva istoriata che in te mi dai appuntamento,
madre che piangi, non chiedi gioia né dolore;
ed ecco pagine scorro su pagine
rugose di sporangi, chiazzate dal sole,
dove potenza di linfa dentro le cortecce
insinua nuove forme. Non ho direzione.
I dardi mi guidano della luce stretta
fino a una radura, alonata d'erica e
dentate felci, a un'altalena rugginosa.
Mi fermo e attendo. Vedo ondosi vertici,
dita rosate all'orizzonte. Sogni di suoni.
In un letto di foglie qui dorme la stagione
mentre sul verde semantico s'allungano le ombre.
La catena dell'essere non fa più paura:
a mille microscopiche voci unisco la mia...
Fermo, attendo che s'oscuri il dorso del monte.